mercoledì 6 settembre 2017

Buon Anno

L'anno inizia a settembre.
Con l'eco delle vacanze, l'abbronzatura ancora non del tutto sbiadita, le magliette colorate, ancora a maniche corte.
Ho sempre amato settembre molto più di gennaio. A gennaio la corsa è già iniziata, le direzioni definite, la libertà limitata.
Settembre è il primo foglio di un quaderno intonso, che ti guarda ammiccante in attesa di essere riempito. E' un periodo magico in cui tutto è possibile, le responsabilità profumano ancora di novità, e neanche il tempo di annoiarsi che con la coda dell'occhio già si percepisce il Natale.

Da tanti anni il mio calendario si è sballato. Una primavera infinita, una o due settimane di estate a casa a inizio agosto, e poi l'autunno di nuovo.
E settembre per me è diventato piuttosto il mese delle ultime pagine del quaderno, quando la scrittura è più disordinata e la voglia di scappare più intensa. Il mese degli ultimi compiti in classe in cui ti giochi la promozione, e mentre i tuoi amici passano i fine settimana al mare rimani chiuso in casa per mettere insieme i pezzi del tuo futuro. E, finito l'ultimo esame, le porte della scuola chiuse dietro di me, mi aspetta un lungo e freddo autunno pieno di incertezzze.

Quest'anno però ho deciso di invertire la tendenza. Dopo un'estate spizzicata come un aperitivo che non riuscirà mai a fare le veci di una cena, dopo un autunno precoce pieno di imprevisti spiacevoli, consegne e frustrazioni, ho prenotato una macchina del tempo che mi renda quello che mi è stato negato negli scorsi mesi.

Allora buon anno, cari amici che iniziate a settembre. Io vi raggiungo fra un mesetto, quando mi sarò ripresa l'estate che mi spetta e avrò di nuovo la voglia di cercare l'astuccio perfetto, di spulciare tutti i quaderni per trovare quelli con la  copertine più bella, di scegliere il diario che mi accompagnerà per tutto l'anno, e di prendere in mano la penna per crivere il mio nome sulla prima pagina trattenendo a stento l'eccitante aspettativa delle cose belle che li riempiranno.

sabato 25 marzo 2017

Il lato oscuro della hygge

Da diversi mesi impazza sul web la mania della Hygge, la ricetta danese della felicità.

Luci soffuse, coperte, candele, bevande calde, le persone amate al proprio fianco, la hygge è sulla sensazione di benessere e di felicità che noi mediterranei forse proviamo quelle dieci volte l'anno in cui è domenica, fuori piove, sei sotto al piumone e e non c'è nessun motivo di alzarti.

Tutto molto bello.

Ma la hygge ha un lato oscuro che chi non vive in Danimarca difficilmente riesce capire.

La hygge è infatti figlia dell'uscire dal lavoro alle 4 che sembrano le 10 di sera da quanto è buio. Hygge è figlia dell'illuminazione stradale che si spegne alle 8.45 del mattino perché prima è ancora notte. La hygge è figlia del torpore diffuso che assale le persone da dicembre a febbraio, quando si rimpinzano di vitamine e mettono negli uffici le lampade da 1000 lumen che ricreano la luce solare, che apparentemente rendono felici e aumentano la produttività.

La hygge è una sofisticata forma di difesa dalla sconfitta verso una natura che ti fa soffrire, privandoti della voglia di vivere per diversi mesi l'anno. E i danesi scendono a patti con questa sconfitta, e non potendo vincere la battaglia si alleano con il nemico.

E quindi la hygge è non avere mai in Danimarca un'illuminazione decente: al chiuso non ci si vede, è legge.
E le lampade di design danese, che costano millemila euro, quando va bene diffondono la luce in un cerchietto di 10 centimetri di diametro sul tavolo sottostante. Quando va male sono l'equivalente delle lampade di sale, divertenti, molto fashion, ma assolutamente inutili se vuoi cucinare senza affettarti due dita.

Vivere in Danimarca in inverno è come vedere sul computer un film con lo schermo al minimo dell'illuminazione. Un film che dura quattro mesi. Per un sacco di tempo ho sognato di avere un piccolo telecomando, in cui potessi aumentare a piacimento la luminosità del mondo circostante, ma apparentemente si sono dimenticati di darmelo quando mi sono registrata per vivere in questa città (che adoro, e dove sono felice, ci tengo a precisarlo).

Indovinello: quali saranno le finestre di casa mia?

Quindi voi riempitevi pure di candeline, spegnete le luci per 10 minuti al giorno illudendovi di vivere nel paese più felice del mondo, rimpiangendo l'inverno ormai passato e lanciando invettive contro la crudeltà dell'estate che si avvicina.

Io celebro la primavera.