lunedì 2 maggio 2016

Indiana Michi in laboratorio

Negli ultimi tre mesi ho passato la quasi totalità del mio tempo lavorativo in un ambiente anonimamente bianco, sfavillante di raggi ultravioletti e maleodorante di varechina: il LABORATORIO.

Il laboratorio è stata una costante paura della mia formazione postuniversitaria. Da appena prima della laurea fino a pochi mesi fa la domanda "Lavorerai in laboratorio?" mi è stata posta in mille momenti, declinata in innumerevoli lingue e varianti. Con una unica, costante risposta: NO.

Fino a dicembre 2015, in cui il GrandeCapo mi dice affabile:
"Lavorerai in laboratorio."

"Eeeehh? Chiedo perdono, hai dimenticato un punto interrogativo alla fine, permettimi di offrirtene uno in modo da correggere il tuo errore."

Sorriso di compatimento. "Cominci domani."

Due premesse sono necessarie a questo punto della storia.

La prima è che Indiana Michi è nota ai più come una fedele seguace dell'arte dell'imbranataggine. E non parliamo solo del banale macchiare costantemente vestiti e tovaglie rovesciando qualsiasi bottiglia o cibo presente nell'arco di un metro, ma imprese di un certo livello come il far cadere le chiavi di uno scavo in uno strano buco altissimo nella parte laterale della struttura di un bagno chimico (per fortuna "all'asciutto"), o il rovesciare una carota di sedimenti di circa un metro di spessore rovinando un'intera sessione di campionamento di uno studente in tesi.

La seconda è che non stiamo parlando di un laboratorio normale. Stiamo parlando dell'incubo di tutti i laboratoristi, quello in cui entri solo bardato come un astronauta, ti cambi i guanti 20 volte all'ora, ogni cosa che tocchi va disinfettata prima, durante e dopo il contatto, se starnutisci contamini il lavoro tuo e dei successivi dieci colleghi che useranno quella stanza, e se contamini qualcosa hai sprecato migliaia di euro.

Insomma, una cosa tranquilla per una che non ha mai tenuto una pipetta in mano.



È stato un dramma. Una battaglia senza esclusione di colpi, un'ecatombe di reagenti e autostima, un coro continuo di maledizioni nei confronti di ogni oggetto contenuto in laboratorio.

Ma ho vinto io.

I sudatissimi, stupefacenti, meravigliosi risultati
della mia prima PCR. Applausi. 


10 commenti:

  1. Solo a me sembra bellissimo un lavoro simile? Xd

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  2. Infatti lo è! Diciamo che ci ho messo un po' a superare le ansie da prestazione da archeologa-che-non-sa-cosa-sia-una-pipetta-e-si-ritrova-a-maneggiare-reagenti-da-migliaia-di-euro :D

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  3. Woooaaaoooo, ottimo post : complimenti @PaleoMichi !!! :-)))

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    1. ti burli di me? e vabbè, con la tua esperienza nel campo te lo concedo, ma solo questa volta eh! :P :P :*

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  5. il laboratorio è la parte più bella!!! e poi allo scafandro ci si abitua in fretta, dai... :D

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    1. Il problema non e' lo scafandro ma le procedure! comunque pare che io abbia imparato ;)

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